Premetto che, come sempre, mi riferirò a come esso è visto e trattato nel territorio pugliese/barese. Sebbene ci siano similitudini per quanto riguarda formule e riti in tutta Italia (e ci sarebbe quindi da scrivere tanto anche su altre versioni) volevo condividervi qualcosa della mia tradizione essendo, per ovvie ragioni, ciò a cui io faccio più testo e mi sono trovato a utilizzare.

Il malocchio era (e per molte persone è ancora) una vera e propria sciagura dalla quale bisognava tutelarsi costantemente e per la quale non si è mai troppo prudenti. Esso, infatti, era causato non per forza da un “addetto ai lavori”, ma poteva essere lanciato dalla gente comune anche inconsciamente. Che fosse un complimento non sincero o uno sguardo ricco di invidia, da ogni gesto sospetto bisognava difendersi meglio che si poteva.
Ma improvvisi mal di testa, piccole e grandi sfortune o semplicemente brutte sensazioni, necessitavamo del classico rito del piatto e olio:
L’operante, il quale doveva già cogliere segnali durante la preparazione del rito come gli sbadigli, analizzava il comportamento di tre gocce d’olio (fatte cadere sul piatto d’acqua tramite il mignolo) per interpretarne il comportamento:
Se rimanevano immutate si poteva stare tranquilli, se si espandevano fino a sparire o affondavano erano invece chiaro segno di malocchio. A seconda del comportamento anomalo si potevano riscontrare diversi livelli di gravità.
A quel punto si procedeva con lo scongiuro per rimuovere il malocchio, con formule diverse in base alla tradizione familiare e territoriale. Una che ho trovato spesso citata nei libri di testo è la classica “Scatte u malocchije” ripetuto tre volte segnando fronte bocca e petto. Poi andava ripetuto il rito del piattino per assicurarsi che fosse stato tolto correttamente. Qualora ci fosse ancora traccia di malocchio andava ripetuta la procedura a ripetizione fino a completa guarigione.
Qui da me, inoltre, la prontezza con cui si esegue il rito è molto importante. Infatti, se si ha il malocchio, “dormirci sopra” farebbe rafforzare la presa che esso ha sulla vittima e i conseguenti sintomi. Inoltre col passare del tempo diventerebbe anche più ostico da levare e non basterebbe il classico rito (eseguibile da chiunque abbia ereditato la formula) ma era necessario l’intervento di una masciara.
Quest’ultima tipicamente operava in base alla sintomatologia del malcapitato:
Se per esempio il male era un semplice delure de cape, una cefalea, si procedeva a recitare un Pater, un Ave, un Gloria a Santa Rita posando le mani sop-a lle lègge, sopra le tempie, per massaggiare la fronte coi pollici, pronunciavano il seguente esorcismo:
“Sandissema Trenetate ffà passà chisse delure de cègghje e delure de cape”.
Lo ripetevano tre volte e chiudevano recitando ancora un Pater, un Ave, un Gloria a Santa Rita.
Se invece il sintomo era una ièttecine, febbre abituale e consuntiva, l’ammalato era stato iettato e si ricorreva alle formule scongiuratorie delle masciare o dei vecchi marinai:
Sia le une che gli altri facevano prima una visita preliminare al fatturato: In questa visita fissavano negli occhi il paziente e pronunciavano la frase propiziatoria di rito contro u malesì, la malia. Se l’ammalato non migliorava al momento, tornavano con la luna a faldédde, al primo quarto, e davano inizio alle pratiche scongiuratorie recitando prima 3 Pater, 3 Ave e 3 Gloria alla Santissima Trinità:
Esse consistevano nello storcere e seminare, girando tre volte intorno al letto dell’infermo, una quantità di spilli pari a sette volte sette, e poi di bruciare 13 pezzi di cherduidde, cordicella, a 3 nodi, gettandoli a regolari intervalli in un braciere. Mentre i nodi bruciavano, comandavano:
“fescite nute malditte ca u ffuech-abbrusce”
(Fuggite nodi maledetti che il fuoco brucia)
Se l’ammalato non guariva dopo il terzo giorno, dichiaravano che non potevano nulla, perchè si trattava di fattura «a vita ». A questo punto, per i congiunti dell’ammalato, non rimaneva che pregare i Santi Medici, San Michele Arcangelo, di dire ogni sera il Rosario (confezionato con semi di carrube), di dargli a bere la Sacra Manna di San Nicola e di far fare, a mezzanotte, l’angeue de la bbona nòve, l’angelo della buona novella, da qualche anima buona, che lo faceva per ll’anneme du pregatorrie, le anime del purgatorio, che valeva anche come protezione contro la sventura. La formula evocativa era la seguente:
Jangeue de la bbona nova mè, come pertaste la bona nòve a Gesù e Mari annusciamilla mmè pe caretate: (nome dell’ammalato) ava uari da la ièttecine?
(Seguito da 3 Pater, 3 Ave, 3 Gloria.)
Si stava poi in ascolto e dai rumori, dai lamenti, dalle risate, dai miagolii, dai discorsi dei passanti, desumeva gli auspici che riportava all’ammalato ed ai famigliari (pratica divinatoria simile alla “Sanda Mòneche” tarantina).
Anche una pengeture de sparasalze, puntura di pesce ragno, tracina vipera o tracina dragone, poteva essere ritenuta una conseguenza di un malocchio. Qualora i normali rimedi contro questa puntura non davano risultati e il dolore diventava atroce, insopportabile, con la mano e l’avambraccio che si gonfiavano a dismisura, ciò voleva significare che la disgrazia era dovuta a fattura o a malocchio. Con questa convizione andavano di corsa, il più presto possibile (perché il veleno cammenanne, diffondendosi, poteva giungere al cuore e provocare la morte) a un vecchio pescatore malesi, medicone che praticava la magia. Questo personaggio serio, che incuteva timore e rispetto, operava prontamente facendosi prima tre volte il segno di croce e tre segni di croce eseguiva, con la punta della lingua, sul punto ferito, recitando poi cusse schengiure pe ngandà la pengeture de sparasalze, questo scongiuro per incantare la puntura di trachino vipera, di cui era depositario per eredità:
“Firre viecchje menute da Rimmene, sop-a na nguddene marterezzate,
come uariste chédda chjaca to, sane chèssa ferite mertala mé!”
A questo punto posava nuovamente le labbra sul punto ferito e rifaceva tre segni di croce con la punta della lingua, ripetendo tre volte:
“Tisse sanghe malditte ca te pote u malditte a fatte sci spierte!”
(“Ferri vecchi venuti da Rimini, sopra una incudine martirizzati, come guaristi quella piaga tua, sana questa ferita mortale mia!”
“Esci sangue maledetto che ti può il malditto a farti andare sperduto!”)
Infine, un ulteriore segno di malocchio era la gòcce, la perdita totale o parziale della sensibilità e del moto di alcuni fasci nervosi.
In famiglia era ritenuta disgrazia da malocchio, di chi aveva voluto del male. Cercavano di praticare qualche cura applicando sulle parti colpite un impiastro di marugge, marrubio, e strofinando con le mani unte di succo di diauuicchje, peperoncino piccante rosso di Cajenna. Per agevolare la circolazione del sangue bevevano, il mattino a digiuno, un bicchierino d’acqua nella quale si erano tenuti a macerare 7 spicchi d’aglio.
Se non funzionavano questi rimedi, provavano ad essere interpellate le masciare che preferivano non-abbegghjarà, non ingannare, anche per non compromettersi, e affermare che nulla potevano, perché si trattava di fattura « a vita », disposta da nu malesì, un mago.
Di solito consigliavano di mèttese l’anneme mbasce, mettersi l’animo in pace, perché il colpito doveva rimanere ceffate, storpio, sciancato, e ceffatiedde, sciancatello, se si trattava di un ragazzo.
Concludendo, secondo le credenze popolari, il malocchio è una vera minaccia dalla quale proteggersi nei più disparati modi, che sia indossare gioielli con simboli di protezione, appendere forbici sul muro o sputare dopo un complimento dettato dall’invidia. Rimane però un argomento molto affascinante da studiare e approfondire. Qualora abbiate qualche aneddoto regionale da aggiungere, siete invitati a commentare per arricchire ancora di più questo articolo!
Fonte principale:
“Nomenclatura di medicina popolare barese” Carlo Scorcia, 1972.